Detrazioni nel 730: cosa puoi scaricare davvero in base al tuo reddito
Valori riferiti all’anno fiscale 2025
In questa pagina
- Due parole che si confondono sempre
- Il primo filtro: ogni spesa ha il suo tetto
- Il secondo filtro: sopra 75.000 euro c’è un tetto a tutto
- Il terzo filtro: sopra 120.000 euro la detrazione si assottiglia
- Dal 2026 c’è un quarto passaggio, ma riguarda pochi
- Il caso che non si aspetta nessuno: il forfettario
- Tre persone, la stessa busta di scontrini
- Cosa fare prima che l’anno finisca
- Il punto, in una frase
Ogni anno, tra maggio e settembre, milioni di persone consegnano al CAF una busta di scontrini con la stessa domanda: quanto mi torna? La risposta onesta è che dipende meno dalla busta e più da una riga che nella busta non c’è, il reddito. La stessa retta scolastica da mille euro vale 190 euro di rimborso a chi guadagna 30.000 euro l’anno, può valere la metà a chi ne guadagna 180.000, e vale zero a un lavoratore autonomo in regime forfettario. Non è una stranezza: dal 2025 il sistema è costruito apposta così, e vale la pena capirlo prima di fare le spese, non dopo.
Due parole che si confondono sempre
Una detrazione riduce l’imposta. Una deduzione riduce il reddito su cui l’imposta si calcola. Sembra un dettaglio da commercialisti, invece decide quanto vale ogni euro che spendi.
Le spese “al 19 per cento”, quelle mediche, scolastiche, sportive, il mutuo, sono detrazioni: prendi la spesa, calcoli il 19 per cento, e quel numero lo togli dalle tasse che dovresti pagare. Mille euro di retta valgono 190 euro, per chiunque, almeno in teoria.
I contributi al fondo pensione e i contributi INPS obbligatori sono invece deduzioni: si tolgono dal reddito prima di calcolare l’imposta. Se il tuo ultimo euro è tassato al 33 per cento, mille euro dedotti ti fanno risparmiare 330 euro. Se è tassato al 43, ne risparmi 430. A parità di spesa, una deduzione batte una detrazione ogni volta che l’aliquota marginale supera il 19 per cento, cioè per chiunque guadagni più di 28.000 euro.
Un’ultima regola che molti scoprono al CAF quando è troppo tardi: dal 2020 le spese al 19 per cento vanno pagate con mezzi tracciabili, bonifico, carta o bancomat. Il contante non conta. L’unica eccezione sono i farmaci e le prestazioni sanitarie del servizio pubblico o convenzionate.
Il primo filtro: ogni spesa ha il suo tetto
Prima ancora di guardare il reddito, il fisco guarda la spesa. Quasi ogni voce ha un limite oltre il quale il 19 per cento smette di applicarsi.
| Spesa | Limite | Quanto torna al massimo |
|---|---|---|
| Spese sanitarie | nessun limite, ma con una franchigia di 129,11 euro | 19% di ciò che supera la franchigia |
| Interessi del mutuo prima casa | 4.000 euro di interessi | 760 euro |
| Retta scolastica (dall’infanzia alle superiori) | 1.000 euro per figlio | 190 euro per figlio |
| Sport dei figli tra 5 e 18 anni | 210 euro per figlio | 40 euro per figlio |
| Asilo nido | 632 euro per figlio | 120 euro per figlio |
| Spese veterinarie | 550 euro, franchigia 129,11 | 80 euro |
| Assicurazioni vita e infortuni | 530 euro di premio | 100 euro |
| Spese funebri | 1.550 euro per decesso | 294 euro |
| Abbonamento al trasporto pubblico | 250 euro | 47 euro |
| Affitto della casa in cui vivi | importo fisso, non 19% | 300 euro fino a 15.493 euro di reddito, 150 fino a 30.987, zero oltre |
La riga dell’affitto merita una sosta, perché è quella su cui si sbaglia di più. Non è una percentuale del canone: è una cifra fissa, e sopra i 30.987 euro di reddito non spetta nulla. Chi paga 800 euro al mese di affitto con uno stipendio da 40.000 euro non recupera un centesimo da questa voce. Esistono altre due detrazioni per l’affitto, per i giovani fino a 31 anni e per gli studenti fuori sede, ma con condizioni proprie e piuttosto strette.
Fin qui la regola vale per tutti. Da qui in avanti, no.
Il secondo filtro: sopra 75.000 euro c’è un tetto a tutto
Questa è la novità che pochi hanno ancora digerito, perché si applica per la prima volta nel 730 del 2026, sulle spese del 2025. La legge di bilancio per il 2025 ha inserito nel Testo unico un articolo, il 16-ter, che dice in sostanza: se guadagni più di 75.000 euro, c’è un tetto complessivo alle spese che puoi portare in detrazione, e quel tetto dipende da quanti figli hai.
L’importo di partenza è 14.000 euro per chi ha un reddito tra 75.001 e 100.000 euro, e 8.000 euro per chi supera i 100.000. Questo importo va moltiplicato per un coefficiente: 0,50 se non hai figli a carico, 0,70 con un figlio, 0,85 con due, 1 con tre o più figli oppure con un figlio con disabilità.
Un single da 110.000 euro ha quindi un tetto di 4.000 euro di spese. Non di detrazione: di spese. Se nel 2025 ha pagato 6.000 euro tra retta dell’università privata, palestra, assicurazione e dentista, solo 4.000 entrano nel calcolo. Una coppia con due figli e 90.000 euro di reddito ha un tetto di 11.900 euro, quasi tre volte tanto. È una scelta politica dichiarata: il tetto penalizza i single ad alto reddito e risparmia le famiglie numerose.
Ci sono però esclusioni importanti, e conviene conoscerle perché cambiano il conto. Restano fuori dal tetto, e quindi si detraggono per intero:
le spese sanitarie, sempre; gli interessi dei mutui stipulati entro il 31 dicembre 2024; i premi delle assicurazioni sottoscritte prima del 2025; le rate di spese sostenute negli anni precedenti, come le ristrutturazioni già avviate.
Se le spese superano il tetto, sei tu a scegliere quali far entrare. La scelta intelligente è ovvia una volta detta: metti dentro prima quelle con la percentuale più alta, come le ristrutturazioni al 50 per cento, e lascia fuori quelle al 19.
Il terzo filtro: sopra 120.000 euro la detrazione si assottiglia
Questo filtro è più vecchio, esiste dal 2020, ma lavora in sequenza dopo il tetto e spesso viene dimenticato. L’articolo 15, comma 3-bis, del Testo unico stabilisce che la detrazione del 19 per cento spetta per intero fino a 120.000 euro di reddito, poi si riduce progressivamente e si azzera a 240.000.
La formula è lineare. A 180.000 euro, esattamente a metà strada, la detrazione vale la metà: quella retta da mille euro rende 95 euro invece di 190. A 210.000 vale un quarto. A 240.000 non vale più nulla.
Anche qui due voci sono protette e non subiscono la riduzione: le spese sanitarie e gli interessi sul mutuo della prima casa.
I due filtri si sommano. Prima il tetto decide quante spese entrano, poi la riduzione decide quanto vale il 19 per cento su quelle spese. Un dirigente da 150.000 euro senza figli ha un tetto di 4.000 euro di spese, e su quelle il 19 per cento vale il 75 per cento del normale. Quattro mila euro di spese diventano 570 euro di rimborso, non 760.
Dal 2026 c’è un quarto passaggio, ma riguarda pochi
La legge di bilancio per il 2026 ha abbassato dal 35 al 33 per cento l’aliquota IRPEF sul secondo scaglione, quello tra 28.000 e 50.000 euro. Il beneficio, fino a 440 euro l’anno, tocca chiunque superi i 28.000 euro. Per non regalarlo anche ai redditi molto alti, la stessa legge toglie 440 euro fissi di detrazioni al 19 per cento a chi dichiara più di 200.000 euro. Nessuna gradualità: a 199.999 euro non succede nulla, a 200.001 spariscono 440 euro. Le spese sanitarie e i bonus casa non sono coinvolti.
Vale dall’anno d’imposta 2026, quindi lo vedrai nel 730 del 2027, non in quello del 2026.
Il caso che non si aspetta nessuno: il forfettario
Chi ha una partita IVA in regime forfettario paga un’imposta sostitutiva, il 15 per cento, o il 5 per i primi cinque anni, sul reddito calcolato con un coefficiente. Non paga IRPEF. E le detrazioni riducono l’IRPEF. Il risultato è brutale nella sua semplicità: un forfettario non detrae niente. Non le spese mediche, non la scuola dei figli, non il mutuo.
L’unica leva rimasta sono le deduzioni dei contributi INPS obbligatori, che si tolgono dal reddito forfettario prima dell’imposta. Le detrazioni tornano utili solo se, accanto alla partita IVA, c’è un reddito tassato in IRPEF, per esempio un lavoro dipendente part-time o una pensione: in quel caso si applicano a quella parte, con tutti i filtri visti sopra.
Chi sta valutando di passare al forfettario a metà anno dovrebbe tenerne conto. Le spese detraibili sostenute nell’anno del passaggio potrebbero perdere gran parte del loro valore fiscale, e la data di apertura non è un dettaglio.
Tre persone, la stessa busta di scontrini
Prendiamo una busta identica: 1.000 euro di retta per un figlio alle medie, 2.000 euro di interessi su un mutuo stipulato nel 2019, 800 euro di spese mediche.
Chiara, impiegata, 30.000 euro l’anno. Nessun filtro la tocca. Retta 190 euro, mutuo 380 euro, spese mediche 127 euro (il 19 per cento di ciò che supera la franchigia di 129,11). In tutto 697 euro di imposta in meno.
Marco, quadro, 110.000 euro, un figlio. Il suo tetto è 8.000 per 0,70, cioè 5.600 euro di spese. Il mutuo è del 2019, quindi resta fuori dal tetto e fuori dalla riduzione; le spese mediche pure. Dentro il tetto entra la retta, ampiamente. La riduzione del terzo filtro non scatta perché è sotto i 120.000. Anche per lui 697 euro. La stessa busta, lo stesso risultato, ma solo perché le sue spese sono poche: con 6.000 euro di palestra, università privata e assicurazioni nuove, avrebbe iniziato a perdere pezzi.
Luca, consulente in forfettario, 40.000 euro di ricavi e nessun altro reddito. Zero euro. La busta può restare a casa.
Cosa fare prima che l’anno finisca
Se guadagni più di 75.000 euro, calcola il tuo tetto adesso, non a maggio: importo base per coefficiente dei figli. Se le spese al 19 per cento che prevedi lo superano, ha senso concentrarne alcune nell’anno successivo, quando il tetto si rinnova.
Se guadagni meno di 30.987 euro e vivi in affitto, la detrazione fissa ti spetta. È una delle voci più dimenticate perché non c’è nessuno scontrino da conservare, solo il contratto registrato.
Dal secondo scaglione in su, il fondo pensione rende più di qualsiasi detrazione. Fino a 5.164,57 euro l’anno si deducono dal reddito, e con l’aliquota al 33 o al 43 per cento è il miglior rendimento fiscale disponibile a un lavoratore dipendente.
Paga tutto con carta o bonifico tranne il medico. Una spesa scolastica pagata in contanti è una spesa che non esiste.
E se stai per aprire una partita IVA in forfettario, ricordati che da quel momento le tue spese personali smettono di avere valore fiscale. Non è un motivo per non farlo, è un numero da mettere nel conto.
Il punto, in una frase
Non è quante spese fai, è quanto reddito dichiari e con chi lo dividi. Rufi fa questo calcolo per te nel Radar, con il tuo reddito, i tuoi figli e il tuo regime, e ti dice voce per voce cosa spetta e cosa no. Ma il numero che ti dà è una stima prudente, non una certezza: prima di fare affidamento su una detrazione, passa dal CAF o dal commercialista con il contratto in mano.
Valori riferiti all’anno d’imposta 2025 (dichiarazione 2026), salvo dove indicato. Le regole cambiano con ogni legge di bilancio: questo articolo viene aggiornato a ogni revisione, la data è in testa.
Fonti
- Art. 15 TUIR, comma 3-bis (D.P.R. 917/1986), 9 settembre 2026
- Legge 30 dicembre 2024 n. 207 (Bilancio 2025), art. 1 co. 10: nuovo art. 16-ter TUIR, 9 settembre 2026
- Legge 30 dicembre 2025 n. 199 (Bilancio 2026): scaglioni IRPEF e detrazioni oltre 200.000 euro, 9 settembre 2026
- Agenzia delle Entrate, guida alla dichiarazione precompilata 2026, 8 settembre 2026
Le norme fiscali cambiano e ogni situazione è diversa. Prima di agire verifica con un CAF, un patronato o un commercialista.
Le informazioni di questo articolo hanno esclusivamente scopo educativo e informativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento. Per decisioni importanti consulta un professionista abilitato.
https://rufiway.com/it/blog/detrazioni-730-reddito