Il fondo di emergenza: quanti mesi servono davvero e dove tenerli

Valori riferiti all’anno fiscale 2026

In questa pagina
  1. A cosa serve, e a cosa no
  2. Il numero: spese essenziali, non stipendio
  3. Quanti mesi: dipende da come guadagni
  4. Dove tenerlo: le tre regole
  5. In che ordine, rispetto a tutto il resto
  6. Quando si usa, e quando si ricostruisce
  7. Cosa fa Rufi con il tuo fondo

Ogni guida di finanza personale dice la stessa cosa: metti da parte da tre a sei mesi di spese. Poi si ferma lì, come se il numero fosse la parte difficile. Non lo è. La parte difficile è capire quale dei due estremi sei tu, che cosa contare come “spese”, e dove tenere una cifra che per definizione deve restare ferma senza perdere valore né diventare un investimento per sbaglio.

A cosa serve, e a cosa no

Il fondo di emergenza serve a una cosa sola: comprare tempo. Il tempo per trovare un altro lavoro senza accettare il primo che passa, per aspettare che una malattia guarisca senza vendere qualcosa in perdita, per pagare la caldaia a gennaio senza rate al 12 per cento. Non è un risparmio per le vacanze, non è l’anticipo per la casa, non è “quello che avanza a fine mese”. È denaro che speri di non toccare mai, e che vale proprio perché è lì.

Per questo la domanda giusta non è “quanto risparmio al mese” ma “per quanti mesi posso vivere senza entrate”. La risposta dipende da due cose: quanto costa la tua vita al minimo, e quanto è probabile che le entrate si fermino.

Il numero: spese essenziali, non stipendio

Il primo errore è calcolarlo sullo stipendio. Se guadagni 2.200 euro al mese e ne spendi 1.900, sei mesi di stipendio sono 13.200 euro; sei mesi di spese sono 11.400. Ma in un’emergenza non spendi 1.900: tagli il ristorante, rimandi gli acquisti, sospendi la palestra. Quello che non puoi tagliare è l’affitto o il mutuo, le bollette, la spesa alimentare, l’assicurazione dell’auto, le rate già in corso, i farmaci, la scuola dei figli. Quella è la cifra da moltiplicare.

Per la maggior parte delle famiglie italiane, le spese essenziali stanno tra il 60 e il 75 per cento delle spese totali. Chi ha un mutuo pesante sta più in alto, chi vive in una casa di proprietà senza rate più in basso. Se non hai mai fatto il conto, tre mesi di estratti conto con una penna in mano bastano: segna solo quello che resterebbe se domani le entrate si fermassero.

Prendiamo una coppia con un figlio, spese totali 2.800 euro al mese, di cui essenziali 2.000. Il fondo si calcola su 2.000.

Quanti mesi: dipende da come guadagni

Qui il consiglio generico smette di aiutare, perché tre mesi e dodici sono due mondi diversi e il criterio per scegliere è uno: quanto è probabile e quanto dura un’interruzione delle entrate.

Dipendente a tempo indeterminato, settore stabile, coniuge che lavora. La probabilità di restare senza entrate è bassa e, se capita, la NASpI copre fino al 75 per cento dell’ultimo stipendio (con un tetto) per un periodo pari alla metà dei mesi lavorati negli ultimi quattro anni, e il TFR arriva alla cessazione. Tre mesi di spese essenziali sono un fondo serio. Nell’esempio: 6.000 euro.

Dipendente con contratto a termine, oppure unico reddito della famiglia. Sei mesi. La NASpI c’è, ma tra la fine del contratto e il primo pagamento passano settimane, e un solo reddito significa che non c’è cuscinetto. 12.000 euro.

Partita IVA, professionista o commerciante. Da sei a dodici mesi, e più vicino a dodici se i clienti sono pochi o il settore è ciclico. Non c’è NASpI (l’ISCRO, l’indennità per gli autonomi in Gestione Separata, copre pochi mesi e con requisiti stretti), non c’è TFR, e i mesi senza fatture arrivano insieme alle scadenze di giugno e novembre. Un forfettario con 2.000 euro di spese essenziali dovrebbe puntare a 18.000 o 24.000 euro. Sembra tanto; è meno di quello che un semestre vuoto costa davvero.

Chi ha un mutuo o figli piccoli, in qualunque categoria: aggiungi un mese o due. Un mutuo non si sospende con un’email, e un figlio non riduce le sue spese perché papà ha perso il lavoro.

Il fondo non è un dogma: è una scelta che si aggiorna. Chi passa da dipendente a partita IVA deve raddoppiarlo prima, non dopo. Chi estingue il mutuo può ridurlo.

Dove tenerlo: le tre regole

Il fondo deve essere disponibile in pochi giorni, non deve poter scendere di valore, e deve essere separato dal conto che usi ogni giorno. Tre regole, e ogni strumento va misurato su queste.

Conto corrente separato. Zero rischio, zero rendimento, disponibile all’istante. Va bene per la prima parte del fondo, quella che copre il primo mese. Il costo è l’inflazione, che ogni anno gli toglie un po’ di potere d’acquisto.

Conto deposito libero, senza vincolo. È il posto giusto per il grosso del fondo. I tassi cambiano con la politica monetaria: nel 2026 i conti deposito liberi delle banche online pagano ancora qualcosa, ma vanno confrontati nel momento in cui apri, non su un articolo. Gli interessi sono tassati al 26 per cento, e sul saldo si paga l’imposta di bollo dello 0,2 per cento l’anno, che alcune banche si accollano. Due cose da controllare: che sia davvero svincolabile senza penali, e che la banca aderisca al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che protegge fino a 100.000 euro per depositante per banca. Sopra quella cifra, o se il fondo di famiglia è intestato a una persona sola, conviene dividere su due banche.

Cosa non è un fondo di emergenza. Non gli ETF, nemmeno quelli obbligazionari a breve: in un’emergenza vendi quando il mercato decide, non quando decidi tu, e il 2022 ha insegnato che anche le obbligazioni scendono. Non i BTP, per lo stesso motivo, a meno di tenerli fino a scadenza, cosa che un’emergenza non permette. Non il fondo pensione, che non si tocca. Non la carta di credito, che è un debito con un altro nome. Non il TFR lasciato in azienda: arriva, ma alla cessazione, e se l’azienda fallisce arriva dal fondo di garanzia INPS, con i tempi dell’INPS.

E non il conto corrente principale. Un fondo di emergenza sullo stesso conto da cui parte la spesa del sabato non è un fondo, è un saldo alto. Entro tre mesi si è assottigliato senza che nessuno se ne sia accorto.

In che ordine, rispetto a tutto il resto

Chi comincia da zero ha una domanda ovvia: prima il fondo di emergenza o prima investire, prima il fondo o prima estinguere un debito?

Un mese di spese essenziali viene prima di qualsiasi altra cosa, anche prima di ripagare debiti, perché senza quel mese ogni imprevisto genera un nuovo debito. Poi vengono i debiti cari, quelli sopra il 7 o 8 per cento: carte revolving, prestiti personali. Poi si completa il fondo, fino ai mesi che ti spettano. Solo dopo, gli investimenti, e per ultimo l’estinzione anticipata di un mutuo al 2 o 3 per cento, che oggi rende meno di un conto deposito.

Questo ordine sembra lento: per una famiglia che risparmia 400 euro al mese, 12.000 euro di fondo sono due anni e mezzo. È il motivo per cui il fondo si costruisce con un bonifico automatico il giorno dello stipendio, non con quello che resta. E per cui ogni entrata straordinaria, tredicesima, rimborso del 730, un bonus, va lì finché non è pieno.

Quando si usa, e quando si ricostruisce

Un’emergenza è qualcosa di imprevisto, necessario, e urgente. Tutte e tre. La caldaia rotta a gennaio sì. La caldaia da cambiare “prima o poi” no: quella è una spesa da pianificare. Il viaggio del matrimonio dell’amico no. L’auto che serve per andare al lavoro e non parte più, sì.

Usato il fondo, la prima cosa da fare dopo che l’emergenza è passata è ricostruirlo, con la stessa priorità di quando l’hai aperto: prima di riprendere a investire, prima di qualsiasi spesa rimandabile. Non è un salvadanaio che si svuota una volta; è un’assicurazione che va tenuta pagata.

Cosa fa Rufi con il tuo fondo

Nella sezione Pilastri, il primo pilastro è il fondo di emergenza. Tu indichi il tuo obiettivo in mesi, oppure lasci che Rufi lo proponga in base al tipo di reddito che hai dichiarato, e Rufi lo confronta con quello che hai messo sui conti che hai segnato come liquidità, calcolando i mesi coperti sulle tue spese essenziali reali, non su una media. Se il fondo è sotto l’obiettivo, ogni suggerimento di risparmio dell’app parte da lì: protezione prima di tutto, poi il resto.

La scelta del conto deposito, la banca, il tasso: quelle sono decisioni tue. Rufi ti dice quanti mesi hai; dove metterli lo confronti tu, con i numeri di oggi e non con quelli di un articolo scritto mesi fa.

I riferimenti a NASpI, TFR e garanzia dei depositi sono quelli in vigore nel 2026. Le percentuali di spesa essenziale sono ordini di grandezza, non statistiche ufficiali: il tuo numero lo trovi solo sui tuoi estratti conto.

Fonti

Le norme fiscali cambiano e ogni situazione è diversa. Prima di agire verifica con un CAF, un patronato o un commercialista.

Le informazioni di questo articolo hanno esclusivamente scopo educativo e informativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento. Per decisioni importanti consulta un professionista abilitato.

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