Tasso di risparmio: come si calcola, quanto è normale, e come alzarlo senza vivere peggio
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Se dovessi tenere un solo numero della tua vita finanziaria, non sarebbe lo stipendio, né il saldo del conto, né il patrimonio. Sarebbe il tasso di risparmio: la quota di quello che entra che non esce. Dice quanto sei fragile a uno shock, quanto tempo ti serve per qualsiasi obiettivo, e se la tua vita costa più o meno di quello che produce. Ed è un numero che quasi nessuno conosce con precisione, perché è facile da definire e sorprendentemente facile da calcolare male.
La definizione, e i tre errori più comuni
Tasso di risparmio = (entrate − uscite) / entrate. Se in un mese entrano 2.500 euro e ne escono 2.100, hai risparmiato 400 euro, il 16 per cento.
Sembra banale. I problemi arrivano sulle parole “entrate” e “uscite”.
Primo errore: le entrate al lordo. Il tasso si calcola sul netto, su quello che arriva davvero sul conto. Tasse e contributi non sono una spesa che puoi ridurre con la forza di volontà; sono già usciti prima che tu veda i soldi. Chi ha una partita IVA deve fare attenzione: le fatture incassate non sono entrate nette finché non hai messo da parte la quota di tasse e contributi. Se incassi 4.000 euro e ne devi 1.200 al fisco, l’entrata netta è 2.800.
Secondo errore: i trasferimenti contati come spese. Il bonifico dal conto corrente al conto deposito non è un’uscita: i soldi sono ancora tuoi, hanno solo cambiato posto. Lo stesso vale per il versamento nel fondo pensione, l’acquisto di un ETF, la rata del PAC. Sono risparmio che si sposta, non consumo. È l’errore più frequente nelle app di gestione delle spese, e fa sembrare il tasso di risparmio più basso di quello che è. (Anche Rufi lo faceva, nelle prime versioni: i trasferimenti tra conti finivano nel totale delle uscite. Ora sono esclusi, e la card lo dice.)
Terzo errore: la rata del mutuo tutta come spesa. Una rata è fatta di interessi, che sono un costo, e di capitale, che riduce un debito e quindi aumenta il tuo patrimonio netto. In un calcolo rigoroso, la quota capitale è risparmio. Nella pratica di tutti i giorni è più semplice, e più prudente, contare tutta la rata come spesa: il tasso risulta più basso del vero, ma è un errore nella direzione giusta. L’importante è saperlo, e non confrontare il proprio numero con quello di chi calcola diversamente.
Quanto è “normale”
L’ISTAT misura ogni trimestre la propensione al risparmio delle famiglie italiane: la quota di reddito disponibile che non viene consumata. Negli ultimi anni oscilla intorno al 9-10 per cento, con un picco anomalo nel 2020 quando non si poteva spendere, e un minimo nel 2022 quando l’inflazione ha mangiato i redditi. L’Italia era storicamente un paese di risparmiatori, sopra il 15 per cento fino agli anni Novanta; oggi è nella media europea.
Ma la media dice poco, perché è la media di chi risparmia il 40 per cento e di chi non risparmia niente. L’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie mostra che una quota importante delle famiglie non risparmia affatto, e che il tasso cresce molto con il reddito: sotto i 20.000 euro l’anno risparmiare è quasi impossibile, sopra i 60.000 diventa quasi automatico.
Quindi il confronto utile non è con la media nazionale, è con la tua fascia di reddito e con la tua età. Come regola pratica, non come statistica:
sotto il 5 per cento sei esposto: un imprevisto medio diventa un debito; tra il 5 e il 10 stai tenendo il passo, ma gli obiettivi grandi sono lontani; tra il 10 e il 20 stai costruendo qualcosa, e il fondo di emergenza si riempie in tempi ragionevoli; sopra il 20 hai un margine che cambia le scelte di vita, non solo quelle finanziarie.
Chi ha meno di trent’anni e vive in affitto in una grande città sta sotto il 10 per cento senza colpa. Chi ne ha cinquanta, con la casa pagata e i figli grandi, sotto il 20 dovrebbe chiedersi dove vanno i soldi.
Mese o anno?
Il tasso mensile è utile per accorgersi dei problemi in fretta, ma è rumoroso: un mese con l’assicurazione dell’auto e il bollo è diverso da un mese normale, e dicembre con la tredicesima è diverso da tutto. Il numero che conta è quello annuale, o almeno quello degli ultimi dodici mesi, che assorbe le stagionalità.
Un metodo semplice per non ingannarsi: guarda il tasso mensile per capire cosa è successo, e il tasso a dodici mesi per decidere qualcosa.
Come alzarlo: tre leve, in ordine di efficacia
Il consiglio “spendi meno in caffè” ha una cosa giusta e una sbagliata. Quella giusta è che le piccole spese ripetute contano. Quella sbagliata è che siano il punto di partenza. Le leve, dalla più potente alla meno:
Le spese fisse. Affitto o mutuo, utenze, assicurazioni, abbonamenti, auto. Sono il 50-70 per cento delle uscite di una famiglia e si decidono poche volte l’anno, quando si firma un contratto. Rinegoziare il mutuo, cambiare fornitore di luce e gas, disdire gli abbonamenti che non usi, passare a un’assicurazione più economica: ognuna di queste è una decisione che vale ogni mese per anni. Un solo cambio di fornitore energetico può spostare il tasso di un punto; un mutuo surrogato di due o tre.
Le tasse che non stai recuperando. Detrazioni non chieste, bonus non richiesti, un regime fiscale non ottimizzato. È risparmio che non richiede nessuna rinuncia: sono soldi tuoi che il fisco tiene finché non li chiedi. Per una famiglia media parliamo di qualche centinaio di euro l’anno, per un lavoratore autonomo mal inquadrato anche di migliaia. È il pezzo su cui Rufi è costruito.
Le spese variabili. Alimentari, ristoranti, vestiti, tempo libero. Sono quelle su cui la forza di volontà conta, ed è il motivo per cui vengono per ultime: la forza di volontà si esaurisce, i contratti no. Qui il metodo che funziona non è tagliare, è automatizzare: il risparmio parte il giorno dello stipendio con un bonifico fisso, e quello che resta si spende senza sensi di colpa. Se il bonifico è troppo alto lo si vede in due mesi, e si aggiusta.
C’è una quarta leva che le guide sul risparmio dimenticano perché non è risparmio: aumentare le entrate. Un aumento, un lavoro secondario, una competenza che vale di più sul mercato. Sopra una certa soglia di spese fisse, tagliare non basta più, e il tasso si alza solo dal lato delle entrate.
Quando il tasso è alto ma qualcosa non torna
Un tasso di risparmio del 30 per cento con un fondo di emergenza vuoto e un conto che ogni sei mesi va a zero significa che il risparmio esiste sulla carta e sparisce nella realtà: spese grosse non pianificate, prelievi dal deposito che non tornano. Il tasso misura il flusso; il patrimonio misura se il flusso si accumula. Vanno letti insieme, e se il primo è alto e il secondo non cresce, il problema è tra i due.
Cosa fa Rufi
La card del tasso di risparmio in Rufi calcola il numero sugli ultimi trenta giorni e sugli ultimi dodici mesi, sulle entrate nette che hai registrato, escludendo i trasferimenti tra i tuoi conti. Tocca la card e vedi la formula con i tuoi numeri: cosa è stato contato come entrata, cosa come uscita, cosa escluso. Se non ti torna, è quasi sempre una transazione categorizzata male, e si corregge da lì.
Il confronto con la tua fascia di reddito è una funzione a parte, che usa i dati ISTAT per il tuo paese di residenza. Anche lì, il numero è un riferimento, non un giudizio: la vita costa cose diverse in posti diversi.
Le soglie del 5, 10 e 20 per cento sono regole pratiche, non standard ufficiali. I dati ISTAT e Banca d’Italia citati sono quelli disponibili alla data in testa.
Fonti
Le informazioni di questo articolo hanno esclusivamente scopo educativo e informativo. Non costituiscono consulenza finanziaria, fiscale o di investimento. Per decisioni importanti consulta un professionista abilitato.
https://rufiway.com/it/blog/tasso-di-risparmio